Il mio Bue Grasso

Cade sempre il secondo giovedì prima di Natale. La solita giornata d’inverno. Quando il freddo e la nebbia di dicembre avvolgono il basso delle colline, mentre i “bricchi” sbrinati emergono luccicanti baciati dal sole. In questo giovedì mollo tutto, ma proprio tutto: vado al Bue Grasso di Carrù, nella Langa monregalese, vicino alle zone del Dolcetto di Dogliani, un angolo del Patrimonio Unesco poco esplorato rispetto alle aree di qui più vocate al vino. Vado a Carrù vestito da alta montagna, armato del mitico bastone dei “Tucau”, per rigenerarmi e godermi una giornata d’altri tempi. Lo faccio da ormai oltre 35 anni e mi diverto un casino ogni volta. Al Bue si sta in amicizia, si mangia, si beve, si canta…, e si ammirano i migliori capi di bestiame. Le prime volte arrivavo alle 5 per non perdere neanche un istante di questa fiera popolare dal sapore antico. Mi godevo lo spettacolo delle operazioni che sono da preludio alla fiera: l’arrivo dei camion, la lenta e faticosa discesa delle bestie, la loro pesatura. Ultimamente, a volte, scelgo di arrivarci invece con calma, beneficiando del giro panoramico che offrono le colline del Barolo: parto verso le 7 da Bra, poi in fondovalle salgo a Vergne, Barolo e Monforte per poi scendere a Dogliani e risalire a Carrù. Mi piace sto giro perché, anche se mi ubriaco di curve, mi riempio gli occhi di vigne, di colline, di colori, di luci…. Un giro panoramico che faccio in tutte le stagioni, soprattutto in bici e in moto. All’ingresso di Carrù il solito cartello recita “Benvenuti nella patria del Bollito” e una serie di transenne limitano l’accesso delle auto al paese. Vista la mia lunga frequentazione però conosco ormai tutti i trucchi per superarli e parcheggiare vicino alla piazza della rassegna zootecnica. Dove va in scena un vero e proprio spettacolo: maestosi capi dal candido manto, di ogni razza bovina, più facile passarci sotto che aggirarli – pesanti anche quindici quintali – sono lì in posa come stars per farsi ammirare, fotografare, giudicare! Mi meraviglio sempre a guardare tanta bellezza che è in attesa di conquistare l’ambita gualdrappa. Nell’”arena” espositiva tra un commento e l’altro m’informo, cerco lumi, “intervisto” amici, veterinari, ma soprattutto parlo con gli allevatori che mi danno qualche dritta in più sulle bestie! Serve soprattutto l’allevatore per capire il senso del Bue Grasso! E allora impari che i buoi e i manzi sono nostrani, se della classica razza Fassone; della coscia, se presentano una muscolatura della groppa, della coscia e della natica molto più accentuata; o migliorati, se c’è stato un incrocio per ottenere determinate caratteristiche. Mentre la suddivisione tra vitello, manzo e bue dipende dal numero di denti – e di conseguenza dall’età, visto che, a partire dai 24 mesi, un bovino mette ogni anno una coppia di denti: il bue grasso ha otto denti, dunque almeno 5 anni. Mi stringo attorno a sti ciclopi della carne, gli ammiro il didietro mentre gli allevatori glieli armeggiano delicatamente con i “Tucau”. Fa sempre un freddo becco al Bue. Per scaldarmi quindi ricerco continuamente il mitico brodo di bollito. Solitamente le prime tazze le prendo al ristorante “Al Vascello d’Oro” o  a “Il Moderno”. Già a quell’ora pieni di gente che si sgela con la mitica bevanda fumante tra le mani, mentre nelle sale da pranzo risuonano canti in “piemontese langhetto” (che nonostante i miei trascorsi ancora non ho imparato del tutto!). La mia ultima, di una lunga serie di tazze della mattina, che consumo in ogni dove di Carrù, contiene, per scelta, più vino che brodo…. Verso le 11.30 l’appuntamento con gli amici con cui condividerò il pranzo del Bue è alla salumeria Chiapella per l’aperitivo bollicine -“Salumi della Casa” e il concerto- spettacolo- gratuito dei mitici “Tre Lilu”. Prima di arrivare a sta meta, in giro in paese, incontro di tutto: facce d’altri tempi con baffi e cappelli d’antan, bande musicali, professioniste e improvvisate, gente strampalata, avvinazzata, che canta, frastuono di voci, grida di dialetti d’Italia che si incrociano e si mescolano, venditori ambulanti che magnificano l’acquisto dei loro beni. E’ una vera e propria baraonda degna della più sofisticata rappresentazione teatrale, popolare, d’autore. Faccio il giro lungo per arrivare da Chiapella perché non voglio perdermi niente, compreso i ristoranti del paese stracolmi di clienti disinibiti che, in un ultimo baluardo di dignità, si scatenano in balli e canti non classificabili. Ma neanche l’atmosfera magica del tendone “Bollitononstop” che dalle 5 del mattino è in funzione, con la proposta “piatto unico di bollito”: lingua, testina, scaramella, salamino, purè, bagnetto verde, una fettina di robiola e un pezzo di crostata. Il vino è compreso nel prezzo -dolcetto di Dogliani of course- quanto ne vuoi, per scaldarti a dovere. C’è sempre una coda chilometrica al “Bolittoonstop, di gente in fila come ad una finale di Champions. Il mio pranzo del Bue invece è sempre mitico, solitamente consumato in qualche prestigiosa cantina di vino delle Langhe. Ore e ore avvolto in  un’atmosfera sempre nuova e originale, in compagnia di produttori di vino, artigiani del cibo, ristoratori, cuochi, artisti dello spettacolo, de suono, della musica, dei canti, dei balli….. Gente che la sa lunga su come divertire e divertirsi.Il resto della magia lo fanno i fiumi di antipasti alla piemontese, il bollito misto, i dolci a gogò, e i vini, strepitosi, che scorrono liberi. Il mio Bue grasso di Carrù è tutto questo. E’ euforia pura condivisa, è la voglia di stare assieme, in amicizia, con persone mosse dalla stessa passione…. Ci va anche il fisico però!

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