L’oratorio, smartphone di un tempo

Le doglie della modernità mi fanno riemergere ricordi indelebili e anche sorridere. Se oggi l’icona dei più giovani è il cellulare, con tutto ciò che contiene, social, giochi, informazioni, scuola, immagini, chat, amici, quando io ero ragazzino- e le materie di studio all’epoca erano italiano, matematica, storia e geografia – c’era l’oratorio che conteneva tutto questo. L’ oratorio a quel tempo si apprezzava in tre stagioni della vita: quando si era bambini, quando si avevano i bambini e quando non si sopportavano più i bambini. L’oratorio metteva tutti tranquilli e al riparo. L’oratorio di Bra, dove sono nato e cresciuto (poco, a dire il vero), era quello di San Giovanni dove nella chiesa dello stesso santo ho fatto anche il chierichetto 7 giorni su 7, tutte le sante mattine, per 5 anni. A quel tempo si può dire che la vita era soprattutto di matrice cattolica, nel senso che tutti andavano a messa e dicevano convinti di credere in Dio, salvo qualcuno che si dichiarava comunista, ma che in realtà gli altri definivano “strana gente”. Quando io andavo all’oratorio i genitori non avevano bisogno di assumere le tate o iscrivere i figli a calcio, a basket, a judo, a karate, a nuoto, a inglese, a musica, a tennis, a equitazione…! Il “Don” dell’oratorio era la tata e il “maestro” di tutti. Tutti lo temevamo perché ogni tanto ci menava pure. L’oratorio era un narcotico naturale che i miei usavano per far sì che la sera me ne stessi tranquillo a fare i compiti, tanto ero stanco. Che gioia l’oratorio di San Giovanni! C’era di tutto: il campetto da calcio, il ping pong, il calcio balilla. Mi ricordo che il campo da calcio era piccolo, ma proporzionato, in terra battuta, con due porte di ferro grezzo. Ci giocavamo anche in 30 su sto campo, a turno tutti i bambini dai 6 ai 13 anni – e a anche più – che frequentavano come me San Giovanni. Tutt’intorno al campo, sulla linea del fallo laterale, in fila, come fossero spettatori, c’erano frigoriferi, cucine da gas, lavatrici, in disuso, raccolti da un laboratorio confinante che le ritirava per ricavarne pezzi di ricambio prima di rottamarli. Conservo ancora una foto che mi ritrae, in piedi sopra un frigorifero per sembrare più alto, insieme ad alcuni amici. Era istruttivo l’oratorio. Lì ho imparato la gerarchia sociale, la convivenza, a giocare, a confrontarmi, a prenderle e a darle. In quei pezzi di pomeriggio all’oratorio si consumavano trovate a raffica e girandole di fantasia. C’era naturalezza, indulgenza, abitudine, sollievo, fiducia, orgoglio, realismo, testardaggine, esibizionismo, divertimento. Dove la semplicità e la fantasia, si univano al buon senso civico. Durante le feste pasquali, mi ricordo che nel centro del campo da calcio veniva issato l’enorme palo della cuccagna, alla cui sommità veniva posto il cerchio con un casino di doni, roba da mangiare, soprattutto, di ogni sorta: prosciutto, salami, formaggi, biscotti, pasta…. Ed io, un po’ mosso dalla fame e un po’ per esibire la mia forza, nonostante fossi minutino, mi iscrivevo sempre per conquistare gli ambiti premi posti in alto sul cerchio. Tentavo di salire sull’albero della cuccagna nonostante il grasso copioso con cui veniva cosparso il palo. Ogni volta che scivolavo e precipitavo a terra nella lordura totale, ritornavo a chiedere al Don di risalire nonostante la faticaccia. Imparai subito dai più grandi a non avere fretta, ad aspettare tra una salita e l’altra, ma soprattutto a rotolarmi sul campo, prima di salire, cospargendomi il corpo di terra per non scivolare. Così, fiero e agile, con le gambe strette a tenaglia intorno al palo e con la forza di braccia e di gambe, andavo su come una scheggia per prendermi i miei premi e per diventare – nelle settimane successive – uno degli eroi dell’oratorio di San Giovanni

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