Riprendiamoci la nostra vita

Stavamo di nuovo viaggiando a mille. Almeno così sembrava. Invece il percorso si è infranto. La testa degli italiani, adesso, al tempo del Coronavirus, si può dichiarare a tutti gli effetti disturbata, persa. Si sa, noi italiani abbiamo sempre avuto il timore di scoprire verità scomode, ma mai come oggi abbiamo abbandonato qualsiasi reazione come se fossimo telecomandati da una regia esterna che ci guida in manovre assurde. Siamo in pieno periodo d’allarmismo ansioso. La paura dell’epidemia Coronavirus sta fissando delle regole demenziali: della strada, del lavoro, dell’ufficio, della scuola, del supermercato, dei treni, degli aerei, dei teatri, dei cinema degli eventi, delle manifestazioni, dei ristoranti, delle cure, e dell’amore pure. Niente è più come prima. Pazienza avessimo almeno l’esclusiva europea! Invece a quanto pare no, anche se gli altri ce la vogliono affibbiare. La solitudine degli stadi e delle chiese, due totem opposti di aggregazione sociale, è inquietante, purtroppo, e rende la realtà attuale. Uno spettro si aggira per l’Italia. Ci ossessiona un virus straniero di cui si sa che è pericoloso, ma non si sa quanto perché non esiste ancora il vaccino. Siamo ossessionati dall’incontro. Di un anonimo, forse ben conosciuto, potenziale untore. Col paradosso, di più, incredibile, che oggi è il sud che non vuole il nord. Vorremmo fare tutti il tampone, perenne! Ci sono migliaia di persone impegnate, a turno, a presidiare territori infettati e infettanti, rendendoli invalicabili da internamente ed esternamente. Medici al lavoro che sognano da giorni casa propria e gente che lavora a casa propria, sognando l’ufficio! Mentre la maggior parte del paese svaligia supermercati per fare scorte di cibo e disinfettanti. Mah…! Nel 2020 siamo stati catapultati indietro di 100 anni. Quando nel 1918 il mondo fu pervaso dall’influenza Spagnola. Il ricordo della Spagnola scatenato da alcuni media, ma non ce n’era bisogno visto che solo la storia lo può raccontare, ha rimesso in pista paure ataviche…. So che è difficile pensarlo e farlo. Ma riprendiamoci la fase dell’ottimismo italiano distratto e della preoccupazione affettuosa che ci ha sempre distinto. Consapevoli che l’Italia è nostra. Teniamo conto di questo! Ritorniamo a quell’atmosfera, felice e leggera, alle attività, alle abitudini che formano la nostra vita. Mantenendo la nostra solita forma di privatizzazione sentimentale che alla fine è il nostro senso di responsabilità.

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